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2021: a un anno dall’inizio della Pandemia quali scenari macroeconomici ci aspettano?

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Il contesto internazionale

Il 2021 si prospetta come un anno di transizione verso l’uscita dall’emergenza sanitaria, un anno che sarà caratterizzato da diversi fattori “V”: ancora “Virus” come nel 2020, con le sue sopraggiunte “Varianti”, ma da diversi mesi anche “Vaccini”, questi ultimi un fattore cruciale a sostegno di un sentiero di ripresa, anch’esso a forma di “V”, dell’economia mondiale dopo la profonda recessione registrata nel 2020. Sarà una ripresa diffusa a tutte le geografie, seppure in maniera eterogenea. La sua intensità nel primo trimestre dell’anno sarà debole, complice ancora il mantenimento delle misure restrittive su scala globale, mentre a partire dal mese di aprile, grazie appunto all’avanzamento dei programmi di vaccinazione, si assisterà a una ripresa sempre più stabile.

In particolare, tra i paesi emergenti la ripresa sarà impari e disomogenea. Mentre la resilienza delle economie dell’Asia orientale consentirà loro di ripartire più velocemente – sostenute anche da un aumento della domanda mondiale di apparecchiature mediche, sanitarie ed elettroniche – alcuni paesi dell’America Latina, dell’area MENA e del continente africano faticheranno, invece, a recuperare i livelli di Pil pre-crisi a causa soprattutto dei ritardi nei programmi di vaccinazione di massa. La diversa intensità e rapidità di ripresa delle economie emergenti inciderà sulla loro domanda di importazioni di beni dal resto del mondo, il cui pieno recupero si avrà in media solo nel 2022 (a differenza dei paesi avanzati, dove invece si assisterà ad una ripresa completa delle importazioni di beni già nel corso di quest’anno).

La Mappa dei Rischi SACE 2021

In questo contesto, ancora incerto e vulnerabile, la Mappa dei Rischi SACE 2021 si tinge inevitabilmente di colori più accesi, riflettendo l’incremento generalizzato, seppur eterogeneo, dei livelli del rischio del credito e dei rischi politici.

Riguardo ai rischi del credito (120 paesi in peggioramento, 22 in miglioramento e 52 stabili), il maggior deterioramento è riscontrato soprattutto nella componente del rischio sovrano, sia a livello geografico sia delle singole realtà nazionali. Questo è collegato difatti all’incremento dei livelli del debito contratto dai governi per finanziare le necessarie misure di contenimento e di rilancio post-pandemia. La componente di rischio di credito bancario, specie nei paesi avanzati, resta relativamente stabile e presenta una maggiore solidità rispetto alla precedente crisi finanziaria del 2008, grazie anche al rafforzamento delle politiche macro prudenziali. Tuttavia gli istituti bancari dovranno fare i conti con un deterioramento della qualità dei loro portafogli prestiti come riflesso del peggioramento del merito di credito delle loro imprese clienti.

In termini di geografie, non si registra un peggioramento eccessivo nei paesi avanzati, dove l’incremento del debito, seppure ingente, si mantiene su livelli sostenibili per le economie nazionali. L’innalzamento dei livelli del rischio del credito è stato, invece, più accentuato fra le economie emergenti, fino a raggiungere soglie critiche in diversi paesi dell’Africa Subsahariana e dell’America Latina, in particolare sotto il profilo del rischio sovrano. Performance non positive, ma meno accentuate, si registrano anche per i paesi dell’Europa emergente e CSI e dell’area MENA, con particolare riguardo al merito creditizio lato corporate. L’Asia, non esente dagli effetti della crisi, registra una situazione più stabile, dove si possono anche trovare esempi di resilienza.

Sul fronte dei rischi politici (86 in peggioramento, 48 in miglioramento e 60 stabili), il principale deterioramento è segnato nella componente dell’instabilità politica. Gli effetti della pandemia sulla popolazione hanno fatto esplodere situazioni già critiche nei contesti dove le istituzioni politiche non sono state in grado di arginare il dilagare del virus o hanno addirittura approfittato delle misure emergenziali per incrementare il proprio potere. Il quadro politico-sociale quest’anno sarà quindi messo alla prova dalle crescenti tensioni legate al protrarsi del virus e ai suoi effetti sull’occupazione e sulla capacità di reddito delle famiglie e delle imprese, senza dimenticare che per molti paesi, in particolare in America Latina, il 2021 sarà un anno di tornate elettorali; Stati dove al momento vige una situazione di surplace potrebbero prendere la scena.

Uno sguardo all’Italia

Spostandoci sul fronte nazionale, l’economia italiana è stata particolarmente colpita dalla diffusione del virus, registrando una perdita di Pil dell’8,9% in media d’anno nel 2020 (fonte Istat). A pesare sulla contrazione dell’attività economica è stato il brusco calo registrato nel secondo trimestre, in concomitanza con le misure restrittive varate dal Governo italiano in risposta all’acuirsi dell’emergenza sanitaria. Nel terzo trimestre si è registrato un rimbalzo congiunturale significativo e superiore alle attese, dovuto all’allentamento delle restrizioni nonché a un effetto base di natura statistica. La recente recrudescenza dei contagi e il ripristino di lockdown circoscritti e parziali hanno determinato nuovamente un calo del Pil, seppur più contenuto rispetto alla prima ondata. Complessivamente, tutte le componenti di domanda hanno subìto una forte contrazione, a eccezione della spesa pubblica. 

In linea con la ripresa dell’economia mondiale, anche per l’Italia la crescita del Pil è attesa tornare in territorio positivo nel 2021, trainata sia dalla domanda domestica – soprattutto per quanto riguarda gli investimenti – sia dalla componente estera. In particolare, le esportazioni di beni – che pesano per oltre l’80% sull’export totale – sono stimate in accelerazione del +9,3%, in valore, recuperando quasi pienamente la perdita del 2020 (-9,7% certificato dall’Istat, un dato comunque superiore alle attese, inclusa la previsione “ottimistica” di SACE pari a -11,3%). Per contro l’export di servizi, maggiormente colpiti dalle restrizioni per il contenimento del contagio, registrerà una ripresa lenta e graduale. Nel complesso, il recupero dell’attività economica nazionale sarà parziale e sarà necessario attendere la fine del 2022 per tornare ai valori pre-crisi.

Contestualmente, anche la dinamica del debito pubblico – in rapporto al Pil – tornerà a stabilizzarsi, dopo l’impennata registrata nel 2020, pur rimanendo su livelli elevati. Da un lato, infatti, il deficit pubblico è atteso diminuire progressivamente in concomitanza con la graduale normalizzazione della politica economica e la riduzione delle misure straordinarie; dall’altro, l’uso produttivo ed efficiente delle ingenti risorse finanziarie messe a disposizione nell’ambito del programma Next Generation EU promosso dalla Commissione europea, consentirà al nostro paese di realizzare importanti riforme strutturali volte a incrementare la produttività e il capitale umano, in un ambiente sempre più green e digitalizzato. Inoltre, l’orientamento della politica monetaria della Banca centrale europea rimarrà ancora ampiamente accomodante, sia in termini di bassi tassi di interesse di riferimento sia di programmi di acquisto di titoli, favorendo quindi il contenimento dello spread – il differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiani e il benchmark tedesco – (misura che approssima il nostro rischio paese per i mercati finanziari).

Dal lato dell’offerta, tutti i settori sono stati fortemente colpiti dalla crisi pandemica con bruschi cali dei rispettivi indicatori Purchasing Managers’ Index (PMI).[1] La manifattura ha mostrato una maggiore capacità di resilienza nella fase successiva, registrando una ripresa più rapida e intensa; il relativo indice PMI, tornato stabilmente sopra la soglia di espansione, continua infatti a crescere, indicando una possibile espansione congiunturale nei prossimi mesi. Per contro, i servizi sono stati particolarmente penalizzati dalle misure di contenimento del contagio (soprattutto turismo, trasporti e canale Horeca); la recrudescenza dei contagi dallo scorso autunno ha interrotto il breve accenno di ripresa, con difficoltà attese ancora nel primo semestre del 2021. Infine, il PMI del settore delle costruzioni è tornato sul sentiero pre Covid-19, mostrando una dinamica sostanzialmente piatta, ma in accelerazione nel mese di febbraio. In linea con le prospettive sull’economia nazionale, secondo l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), gli investimenti nelle costruzioni sono attesi in ripresa quest’anno (+8,6%) – dopo il forte crollo stimato per il 2020 (-10%) – trainati anche dalle risorse del Piano di Ripresa e Resilienza (noto come “Recovery Plan”) che dovrebbe accelerare la riapertura dei cantieri e consentire così al settore di ripartire.

Emergono, infine, rischi rilevanti legati ai fallimenti delle imprese italiane che potrebbero crescere significativamente nel corso del 2021 e del successivo biennio, a fronte del venir meno delle misure cautelative varate durante la crisi pandemica. Difatti, nonostante le difficoltà sperimentate durante la prima ondata del virus, soprattutto per alcuni comparti manifatturieri (come il sistema moda) e per i servizi legati al canale dell’ospitalità, i dati sulle chiusure d’impresa mostrano una fotografia apparentemente contrastante. Nei primi nove mesi del 2020, il totale dei fallimenti aperti è stato pari a 4.670, in calo del 41,5% rispetto allo stesso periodo del 2019 (fonte Cerved). In realtà, questi dati sono fortemente condizionati dalle misure straordinarie di supporto varate dal Governo italiano (cosiddetti “ristori”), unitamente ai provvedimenti normativi sui fallimenti e alla ridotta operatività dei tribunali, che hanno consentito di evitare – per il momento – situazioni critiche di insolvenza. Secondo le nostre recenti stime, tuttavia, con la ripresa economica i fallimenti d’impresa sono attesi aumentare fortemente nel corso di quest’anno, soprattutto nel secondo trimestre, spinti dal venir meno delle misure fiscali e giuridiche attivate nel 2020, a cui va aggiunto anche un “effetto base” di natura statistica. 


[1] Il Purchasing Managers’ Index riflette le condizioni operative di un’impresa; un valore inferiore (superiore) a 50 punti indica una contrazione (espansione) del settore rispetto al mese precedente.

Testo a cura di: Alessandro Terzulli – Chief Economist SACE, Marina Benedetti – analista scenari economici di SACE, Cinzia Guerrieri – analista scenari economici di SACE

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