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Rigenerazione urbana: la nuova tendenza è la prossimità

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Vivere in città non è semplice. Il traffico, le grandi distanze e la conciliazione degli impegni lavorativi con quelli familiari può rendere la vita cittadina molto stressante. Ad evidenziare i limiti e le criticità del sistema urbanistico tradizionale è stata anche l’emergenza sanitaria da COVID-19, che ha inciso in maniera notevole sul ripensamento degli spazi urbani da parte dei cittadini: predilezione per gli spostamenti autonomi, se possibile a piedi o in bici, riduzione degli spostamenti tra zone molto distanti tra loro e diminuzione del continuo pendolarismo grazie alla modalità operativa dello Smart Working.

Ecco che allora molte città, grazie al contributo di urbanisti, architetti e sociologi degli spazi, hanno iniziato a intraprendere nuovi progetti di urbanizzazione, dove il concetto di prossimità diventa valore aggiunto e nuova leva di innovazione.

Il concetto di prossimità o vicinanza sembra un concetto semplice, ma se osserviamo le città in cui viviamo oggi capiamo che non è così. Ancor meno se prendiamo in considerazione le periferie delle città. Nel XX secolo, infatti, gli spazi urbani sono stati progettati attraverso i piani di “zonizzazione”: per evitare la vicinanza delle abitazioni alle zone industriali e alle grandi fabbriche, si separavano i quartieri residenziali da quelli lavorativi, dando vita così alla città dei flussi e dei grandi spostamenti. Ma oggi le esigenze sono ben diverse rispetto ai secoli scorsi e se prima la sfida degli urbanisti era come raggiungere punti lontani nel minor tempo possibile, oggi si tratta di capire come avvicinare questi stessi punti in modo da ridurre la necessità di muoversi.

Se molte delle nostre città sono quindi state pensate in una modalità troppo semplicistica e incompleta, oggi la tendenza è una nuova presa di coscienza: rivalutare i quartieri e promuovere la loro vitalità, valorizzare gli spazi limitrofi, creare nuovi network di vicinato e incentivare la frequentazione delle vie sotto casa. Il tutto grazie allo sviluppo di edifici adatti a funzioni diverse, con un’organizzazione degli spazi più fluida e meno definibile.

A Parigi, ad esempio, Anne Hidalgo aveva iniziato a riflettere sulla creazione di un modello diverso rispetto alla città del 1900 già prima della pandemia, affermando di voler trasformare Parigi nella “Città dei 15 minuti”, ovvero una capitale europea in cui tutte le attività essenziali delle persone (studiare, lavorare, fare la spesa, recarsi dal medico, stare all’aria aperta, fare attività sportiva, uscire e svagarsi) possono essere soddisfatte nel raggio di 15 minuti (a piedi o in bici). Ma Parigi non è l’unica. Anche Melbourne ha varato il piano “20 minutes neighborhood” e a Copenaghen è nato un nuovo quartiere soprannominato “5 minutes to everything”.

Se quindi l’idea iniziale della città dei 15 minuti è iniziata da motivazioni ecologiche, oggi la pandemia in atto ci sta insegnando come la rigenerazione urbana debba passare per forza da una nuova idea di abitare, che si costruisce collegando tra loro diverse tematiche: mobilità, istruzione, assistenza sociosanitaria e anche economia: quella portata dalla ridistribuzione del lavoro online e quella prodotta dalla rivitalizzazione delle attività locali.

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